
Il lavoro non è finito, è sopravvissuto ai computer e ai robot, smentendo chi ne aveva preconizzato la morte. Di più: nei Paesi Ocse non ci sono mai stati tanti lavoratori dipendenti come in questi anni. Però c’è un problema: si chiama questione salariale. Riguarda in particolare il nostro Paese dove sono trent’anni che i redditi dei lavoratori non crescono. Un’anomalia assoluta tra le economie avanzanti con caratteristiche quasi strutturali e conseguenze negative sul piano economico e sociale.
Perché è successo? E, soprattutto, come se ne esce? In un nuovo saggio edito da Egea, un economista – Andrea Garnero – e un giornalista – Roberto Mania – dialogano per andare a fondo de “La questione salariale” che intorpidisce un sano sviluppo del nostro Paese, interrogandosi sulle cause del fenomeno e sulle possibili vie d’uscita. Perché la questione salariale esiste, ma non è – ancora – una condanna.
I numeri dell’Ocse parlano chiaro: dal 1991 al 2023 i redditi da lavoro a parità di potere d’acquisto in Italia sono scesi del 3,4% contro un aumento del 30% e più in altri paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Una questione che riguarda il lavoro povero, ma anche la fascia medio alta, quella su cui incombe il grosso del carico fiscale che sostiene il nostro welfare state.
Nella loro indagine, Mania e Garnero partono proprio da qui, da quegli anni Novanta in cui il nostro Paese sembra avere iniziato a scavare un solco tra sé e il resto del mondo in termini di redditi e di Pil pro capite. Sono gli anni dei ripensamenti della nostra politica economica, della rivisitazione forzata dei criteri di competitività del nostro apparato produttivo. Il mondo comincia a cambiare più rapidamente di quanto venga avvertito dalle nostre classi dirigenti, e i risultati di questo progressivo scollamento sono oggi sotto gli occhi di tutti.
Dalla fine della scala mobile al blocco della produttività, dalle trasformazioni nel mercato del lavoro al ruolo dei contratti collettivi, dagli effetti della globalizzazione alla rivoluzione tecnologica: nel saggio, Mania e Garnero passano al setaccio i principali sospettati di aver contribuito all’emergere della questione salariale italiana. Vediamoli insieme:
Blocco della produttività
Un arresto pressoché totale della crescita produttiva, causato da scarsi investimenti in innovazione, tecnologia e formazione, che impedisce un aumento salariale legato all’efficienza. Il sistema italiano – composto principalmente da microimprese poco competitive e innovative, con competenze manageriali limitate – ha avuto difficoltà ad adattarsi alla globalizzazione e alla rivoluzione digitale. Si è cercato di difendere tutti i settori e attività, anche quelli a basso valore aggiunto, invece di puntare su innovazione e nuove tecnologie. Anche per quel che riguarda l’aggiornamento professionale dei lavoratori. Le cosiddette multinazionali tascabili hanno mantenuto in piedi il sistema, ma senza riuscire a trainarlo da sole. Il risultato? Pezzi importanti dell’economia italiana non riescono a generare valore aggiunto e crescita salariale.
Frammentazione del mercato del lavoro
Nel corso degli anni Novanta, il mercato del lavoro italiano ha subito una profonda trasformazione con l’introduzione di forme contrattuali più flessibili. L’obiettivo iniziale delle riforme era aumentare l’occupazione, coinvolgendo anche quei soggetti che non volevano – o non potevano avere – un impiego a tempo pieno, ma di fatto ha rappresentato soprattutto una frammentazione dei rapporti di lavoro che ha colpito soprattutto i giovani, le donne ei lavoratori dei servizi, creando un mercato del lavoro sempre più duale. Il lavoro cosiddetto «non standard» come il part-time o il lavoro temporaneo fa parte di ogni economia moderna prima ancora che essere creato dal legislatore, ma in Italia è diventato l’ennesima variabile di aggiustamento per un sistema che non riusciva a fare il salto che la globalizzazione e la rivoluzione informatica richiedevano.
Crisi della rappresentanza sindacale
Un indebolimento dei sindacati, più politicizzati e con meno margini per negoziare efficacemente aumenta i retributivi, se è accompagnato da una frammentazione sempre maggiore del sistema di contrattazione collettiva. Mania e Garnero ripercorrono la storia recente delle relazioni industriali in Italia, con un focus sull’accordo del 1993 che confermò l’abolizione della scala mobile e ridisegnò il sistema di contrattazione collettiva. Quel modello, che prevedeva due livelli di negoziazione (nazionale e aziendale), è arrivato in controtempo: l’idea di un nuovo sistema di contrattazione articolato su due livelli, con al secondo il compito di ridistribuire la produttività, si è scontrata fin da subito con la fine dei guadagni di produttività. Quello con cui ci misuriamo oggi è un sistema che fatica ad adattarsi ai cambiamenti economici e sociali e a garantire un aumento salariale e tutela per i lavoratori.
Sistema fiscale squilibrato
Un sistema tributario che scarica il peso fiscale prevalentemente sul lavoro dipendente, con trattamenti favorevoli per autonomi e piccole partite Iva, riducendo di fatto il potere d’acquisto – e di contrattazione – dei lavoratori. Il carico fiscale ricade principalmente su una quota ristretta di contribuenti: oltre il 75% delle entrate Irpef proviene infatti da circa il 25% dei contribuenti con reddito superiore a 29mila euro.
A complicare il quadro, l’annoso problema dell’evasione fiscale, stimato intorno agli 80 miliardi di euro annui, che contribuisce a generare un sistema percepito come iniquo, con conseguenze sulla coesione sociale e sulla fiducia nelle istituzioni. Negli ultimi anni, poi, è tornata prepotentemente sulla scena della vendita, che ha ridotto l’impatto delle misure varate dai governi per aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori. Queste ultime, quindi, non sono riuscite a compensare adeguatamente la perdita di valore dei salari.
In questo quadro si colloca oggi il dibattito sulla possibile introduzione di un salario minimo legale. Dopo avere analizzato le esperienze di altri Paesi europei – evidenziando come l’introduzione di un salario minimo non sia necessariamente in contraddizione con la contrattazione collettiva – Garnero e Mania suggeriscono per l’Italia un approccio graduale, con una sperimentazione settoriale che consente di valutare gli impatti prima di un’introduzione generalizzata, basandosi su un modello di governance che coinvolga parti sociali ed esperti (sul modello di esperienze come quella britannica) per garantire un’introduzione graduale e condivisa di un salario minimo per legge.
“Ragionare intorno alla questione salariale” , scrivono Garnero e Mania – vuol dire riflettere sul nostro paese, sui suoi troppi dualismi, sulle norme e le pratiche che si sono affastellate nel tempo così come sulle sue forze e potenzialità. Il dinamismo del mercato del lavoro negli anni dopo il Covid-19 dimostra che non siamo condannati alla stagnazione: ci può essere anche nel nostro paese una via alta allo sviluppo “.
Favorire – suggeriscono gli autori – la crescita dimensionale delle imprese, contrastando il lavoro irregolare, investendo nelle competenze dei lavoratori – e dei manager -, ribilanciando il sistema fiscale, sostenendo la contrattazione tra sindacati e imprenditori ma, là dove non funziona, non avere paura di sperimentare strumenti nuovi .
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GLI AUTORI
Andrea Garnero , economista dell’OCSE a Parigi. Si occupa in particolare di salari minimi e contrattazione collettiva. Ha pubblicato i suoi studi accademici su diverse riviste scientifiche internazionali. Ha curato con Simona Milio il libro L’Unione divisa. Convergere per crescere insieme in Europa (2014).
Roberto Mania , giornalista, è stato inviato da Repubblica. Ha scritto sulla rivista il Mulino. Ha vinto nel 1997 il premio Walter Tobagi per il giornalismo sindacale. Tra i suoi libri, Relazioni pericolose. Sindacati e politica dopo la concertazione (con Gaetano Sateriale, 2002), Nomenklatura. Chi comanda davvero in Italia (con Marco Panara, 2014) e, per Egea, Capitalisti silenziosi. La rivincita delle imprese familiari (2024).