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20/10/2026
Finanza

Quattro milioni e mezzo di imprese. Ma il valore si concentra in poche mani.

I nuovi dati ISTAT raccontano un Paese con oltre 4,5 milioni di imprese. Eppure appena 4.752 grandi aziende producono circa il 35% del valore aggiunto. Il problema non è avere tante piccole imprese, ma capire come aiutarle a creare più valore.

L’Italia è un Paese di imprenditori. Almeno sulla carta. Milioni di imprese, attività familiari, studi professionali, artigiani, commercianti e aziende che ogni giorno contribuiscono a tenere in piedi l’economia nazionale.

Ma che cosa succede se, invece di contare quante imprese abbiamo, proviamo a misurare quanto valore producono?

Il 15 ottobre l’ISTAT ha pubblicato i dati strutturali relativi al 2024. Le imprese attive nell’industria e nei servizi di mercato sono poco più di 4,5 milioni, in crescita dello 0,5% rispetto all’anno precedente. Occupano oltre 18,3 milioni di addetti e generano complessivamente più di 1.100 miliardi di euro di valore aggiunto.

Fin qui, la fotografia di un sistema produttivo vastissimo.

Poi arriva il numero che cambia la prospettiva: le grandi imprese sono appena 4.752, lo 0,1% del totale, ma producono circa il 35% del valore aggiunto e occupano un quarto degli addetti.

Non è l’unico dato interessante. Le imprese che appartengono a gruppi societari sono 200.016, il 4,4% del totale. Eppure rappresentano il 66,4% del fatturato e il 58,7% del valore aggiunto.

Attenzione: grandi imprese e imprese appartenenti a gruppi non sono due categorie da sommare. Si sovrappongono in parte. E questi numeri non dimostrano che pochi proprietari controllino tutta l’economia italiana. Misurano piuttosto quanto l’attività produttiva si concentri in organizzazioni relativamente più grandi o strutturate.

La differenza conta.

Per anni abbiamo raccontato la piccola dimensione come uno dei punti di forza dell’Italia: flessibilità, specializzazione, capacità di adattamento e vicinanza ai clienti. Tutte qualità che esistono davvero e che hanno contribuito a costruire molte eccellenze.

Ma essere piccoli non è automaticamente un vantaggio competitivo. Soprattutto quando bisogna finanziare investimenti, inserire figure manageriali, adottare nuove tecnologie, affrontare mercati esteri o sostenere costi amministrativi crescenti.

Un altro dato ISTAT aiuta a capire la questione: nel 2024 la produttività apparente del lavoro nelle imprese appartenenti a gruppi è stata di quasi 89mila euro per addetto, contro circa 41.200 euro nelle imprese indipendenti.

Il divario è notevole, ma non possiamo attribuirlo semplicemente alla struttura societaria. Contano anche settori di attività, capitali impiegati, tecnologie, organizzazione e caratteristiche delle imprese.

Del resto, le piccole dimensioni non equivalgono a immobilismo. Il valore aggiunto nominale delle microimprese è cresciuto del 3,1% nel 2024, quasi quanto quello delle grandi aziende (+3,2%). E gli investimenti per addetto delle microimprese sono aumentati del 10,1%, pur all’interno di una dinamica complessiva negativa.

La questione, quindi, non è sostenere che le piccole imprese debbano sparire o diventare tutte multinazionali.

È capire come possano accedere a capacità, capitali e mercati che da sole difficilmente riuscirebbero a raggiungere.

Reti commerciali, consorzi, accordi produttivi, servizi manageriali condivisi, aggregazioni volontarie e collaborazioni tecnologiche non sono soluzioni universali. Ma meritano più attenzione di una politica industriale che misuri il proprio successo soltanto contando quante nuove partite IVA vengono aperte.

Anche la distribuzione settoriale dovrebbe farci riflettere. L’industria in senso stretto rappresenta appena l’8,1% delle imprese considerate, ma produce il 34,7% del valore aggiunto. I servizi, con oltre l’80% delle imprese, ne generano il 56,6%.

Contare aziende senza osservare che cosa fanno, quanto investono e quale valore producono rischia dunque di raccontare un’economia diversa da quella reale.

Non servono necessariamente meno imprese. Servono imprese nelle condizioni di essere più produttive, più solide e capaci di crescere, anche senza perdere la propria identità.

Perché un Paese con quattro milioni e mezzo di imprese può essere un Paese straordinariamente intraprendente.

Ma il suo futuro non si decide soltanto dal numero delle insegne accese. Si decide da quanto valore riescono a creare, e da quante persone possono beneficiarne.

Fonte dei dati: ISTAT, Conti economici delle imprese e dei gruppi d’impresa — Anno 2024, pubblicato il 15 ottobre 2026.


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