18/05/2026
Focus

Venezia dimostra che proteggere commercianti e piccoli imprenditori funziona: oltre 500 nuove attività grazie alla stretta contro la “paccottiglia”

Nel centro storico lagunare oltre 500 nuove aperture in quattro anni dopo la delibera che limita souvenir di bassa qualità e attività standardizzate. Un caso che riapre il dibattito sul ruolo delle istituzioni nella tutela del commercio locale.

Negli ultimi anni il dibattito economico italiano si è spesso concentrato su grandi investimenti, multinazionali, innovazione tecnologica e startup, lasciando in secondo piano quella che continua però a rappresentare la vera ossatura produttiva del Paese: il piccolo commercio e la microimprenditoria locale.

Eppure, proprio da una delle città più iconiche e fragili d’Italia arriva in queste settimane un segnale interessante, quasi controcorrente.

Venezia ha infatti registrato oltre 500 nuove aperture commerciali e artigianali tra maggio 2022 e marzo 2026 nel proprio centro storico, un dato che l’amministrazione collega direttamente agli effetti della cosiddetta delibera “anti-paccottiglia”.

Il provvedimento, introdotto per limitare la proliferazione di negozi di souvenir standardizzati, take-away seriali e attività considerate incoerenti con il tessuto storico cittadino, ha di fatto imposto regole più severe su chi può aprire in alcune aree centrali della città.

Il risultato? Secondo i dati del Comune, tra le nuove attività figurano 86 negozi di alta gamma, 65 attività di artigianato artistico e 28 nuove realtà tra gallerie, oggetti d’arte e commercio qualificato, oltre persino al ritorno di attività di vicinato quasi scomparse come fruttivendoli, fiorai e mercerie.

Naturalmente sarebbe ingenuo sostenere che ogni nuova apertura equivalga automaticamente a un successo economico o che il modello veneziano sia replicabile ovunque senza adattamenti. Tuttavia il dato racconta qualcosa di molto chiaro: quando le istituzioni smettono di trattare il mercato come una giungla completamente deregolata, e iniziano invece a governarlo con una visione strategica, gli effetti possono essere tangibili.

Per anni si è ripetuto che il mercato dovesse autoregolarsi da solo, che ogni limitazione fosse un ostacolo alla libera impresa e che qualunque attività economica fosse meglio del vuoto commerciale. Ma la realtà di molti centri urbani italiani racconta altro: liberalizzazione totale spesso ha significato saturazione di attività fotocopia, abbassamento della qualità media, pressione sui canoni di affitto e progressiva espulsione delle imprese tradizionali.

Il caso Venezia sembra invece suggerire un principio semplice ma spesso dimenticato: non tutte le aperture hanno lo stesso valore economico e sociale.

Una città, come un quartiere o un centro storico, non cresce solo aumentando il numero di saracinesche aperte. Cresce quando costruisce un ecosistema commerciale coerente, sostenibile, distintivo. Quando tutela chi investe in competenze, qualità, servizio, professionalità. Quando impedisce che il breve termine distrugga il valore di lungo periodo.

Ed è qui che il tema diventa interessante anche per il resto d’Italia.

Perché se Venezia ha usato queste regole per difendere la propria identità storica, molte altre città potrebbero iniziare a riflettere su come tutelare non soltanto il patrimonio urbano, ma anche quello imprenditoriale.

Negli ultimi vent’anni migliaia di piccoli commercianti hanno chiuso non necessariamente perché incapaci di innovare, ma perché schiacciati da una competizione spesso distorta: franchising aggressivi, attività usa-e-getta, operatori improvvisati, concorrenza al ribasso sulla sola leva del prezzo.

La retorica dominante ha spesso raccontato questa selezione come una normale evoluzione del mercato. Ma forse non sempre si trattava di “modernizzazione”. In molti casi si trattava semplicemente di impoverimento qualitativo.

L’esperienza veneziana dimostra che proteggere il tessuto economico locale non significa opporsi al mercato. Significa governarlo.

E soprattutto dimostra una verità che molti piccoli imprenditori conoscono bene da anni: quando si crea un ambiente che valorizza la qualità invece della mera quantità, le imprese serie tornano ad investire.

In un’epoca in cui si parla continuamente di sostenibilità, rigenerazione urbana e valorizzazione territoriale, forse è arrivato il momento di ricordare che anche la composizione del tessuto commerciale è parte integrante di quel processo.

Perché una città non perde identità solo quando chiude un monumento.
La perde anche quando abbassa definitivamente la serranda della sua ultima vera bottega.


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