
La domanda cresce del 3,7%, mentre oltre quattro posizioni su dieci sono difficili da coprire. Per le PMI il nodo non è soltanto assumere, ma costruire rapporti sostenibili.
Le imprese italiane tornano a cercare personale. Secondo il monitoraggio Excelsior pubblicato il 19 ottobre da Unioncamere e Ministero del Lavoro, per il mese sono programmati oltre 539 mila ingressi, il 3,7% in più rispetto a ottobre 2025. Nel trimestre ottobre-dicembre la previsione arriva a 1,35 milioni. Il dato segnala una ripresa della domanda dopo la flessione di settembre, non certifica 539 mila assunzioni già avvenute.
A guidare le intenzioni di ingresso sono i servizi, con il 65,3% del totale. Turismo, alloggio e ristorazione esprimono da soli circa 94.500 posizioni programmate. Seguono industria, costruzioni e settore primario. Ma il titolo più utile per un imprenditore non è semplicemente «si assume di più». È chiedersi come si sta assumendo e quanto sia difficile trovare davvero le persone necessarie.
Il 21,8% delle entrate programmate riguarda rapporti considerati stabili dal rapporto, cioè tempo indeterminato o apprendistato. Il restante 78,2% comprende altre forme contrattuali. Attenzione: non significa che quasi otto lavoratori su dieci siano «precari», né che tutte le posizioni siano nuove. Sono le caratteristiche degli ingressi previsti dalle imprese che hanno risposto alla rilevazione, non la fotografia dei contratti esistenti nell’economia.
C’è poi il problema dell’incontro fra domanda e offerta. La difficoltà di reperimento interessa ancora il 43,6% delle entrate programmate, pur risultando in diminuzione. Unioncamere distingue fra carenza di candidati e preparazione considerata inadeguata: due problemi diversi che richiedono risposte differenti. Se mancano candidati, possono contare retribuzioni, orari, accessibilità e attrattività del settore; se le competenze non coincidono, serve investire anche in formazione e affiancamento.
Per una PMI questo cambia il modo di leggere il bollettino. Pubblicare un annuncio e aspettare può funzionare, ma non equivale a una strategia del personale. Una ricerca più accurata comincia definendo quali abilità siano indispensabili dal primo giorno, quali si possano insegnare in qualche settimana e quali condizioni l’azienda sia effettivamente in grado di offrire. In molti casi, riorganizzare turni, inserimento e percorsi di crescita è una leva concreta quanto aumentare il numero degli annunci.
Una parte delle opportunità è rivolta agli under 30: il bollettino parla del 30% degli ingressi programmati. È un’occasione per costruire competenze, purché l’ingresso non resti un ciclo di sostituzioni senza apprendimento. Per le imprese, la continuità non si misura soltanto nella forma del contratto: conta anche la capacità di trattenere conoscenza e persone.
Il quadro di ottobre offre quindi un segnale incoraggiante, ma non una soluzione automatica. Le aziende chiedono lavoro; molte non trovano ciò che cercano. La domanda sensata non è solo «quanti curricula riceviamo?», bensì «che cosa rende sostenibile, per noi e per chi assume il ruolo, un rapporto di lavoro che duri e produca valore?».