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17/10/2026
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La moka, il capitalismo italiano e quel vizio di inventare cose straordinarie

Bialetti, il Financial Times e una domanda che va ben oltre il caffè: perché siamo così bravi a creare prodotti che conquistano il mondo e non sempre altrettanto bravi a costruire le aziende capaci di dominarne i mercati?

Ci sono alcune cose sulle quali gli italiani, ovunque si trovino nel mondo, sono pronti a discutere animatamente: la carbonara, il calcio, il caffè e, naturalmente, il modo corretto di prepararlo. La moka, in particolare, è uno di quegli oggetti che riescono a trasformare una semplice abitudine domestica in una questione di identità nazionale, con buona pace di chi continua a pensare che sia soltanto una caffettiera.

Ma questa volta vorremmo lasciare da parte la nostalgia, le cucine delle nonne, il profumo del caffè al mattino e tutte quelle altre cose meravigliosamente italiane sulle quali, ammettiamolo, potremmo scrivere articoli per altri vent’anni senza esaurire gli argomenti. Perché dietro quella piccola invenzione di alluminio c’è una storia industriale decisamente più interessante, e anche meno rassicurante.

Ce lo ricorda un bellissimo articolo di Silvia Sciorilli Borrelli pubblicato sul Financial Times, “The espresso pot test of Italian capitalism”, che vi consigliamo di leggere, perché utilizza la vicenda di Bialetti per affrontare una questione molto più ampia: la straordinaria capacità dell’Italia di inventare prodotti riconoscibili in tutto il mondo e la sua maggiore difficoltà nel trasformare quelle invenzioni in grandi imprese internazionali.

La moka nasce nel 1933 dall’intuizione di Alfonso Bialetti, ma sarà soprattutto il figlio Renato a trasformarla in un fenomeno commerciale, dimostrando che avere una buona idea e saperla vendere sono due mestieri diversi, entrambi indispensabili e non necessariamente praticati dalla stessa persona. Una distinzione apparentemente banale, sulla quale però si potrebbe scrivere buona parte della storia del nostro capitalismo familiare.

Il problema non è essere piccoli. È capire quando non basta più.

Il modello italiano delle piccole e medie imprese, dei distretti industriali, delle competenze tramandate e delle famiglie che costruiscono aziende attorno a un prodotto o a una specializzazione ha rappresentato uno dei grandi successi economici del dopoguerra. Non è un’anomalia da correggere né un residuo folkloristico di un Paese incapace di modernizzarsi: è un patrimonio industriale che ha prodotto ricchezza, esportazioni, innovazione e una quantità impressionante di eccellenze.

Il punto, però, è che i mercati cambiano, e ciò che rende un’impresa straordinariamente competitiva in una determinata fase della sua storia può non essere sufficiente nella successiva, soprattutto quando servono capitali, distribuzione internazionale, investimenti tecnologici e competenze manageriali che non sempre si trovano, per quanto ci si voglia bene, attorno alla tavola del pranzo domenicale.

Bialetti è un caso particolarmente interessante perché ha attraversato entrambe le facce di questa storia. Dopo essere diventata un’icona mondiale, l’azienda ha cercato nuove strade attraverso la diversificazione, gli utensili da cucina, gli elettrodomestici e il mercato delle capsule, accumulando però un indebitamento che, alla fine del 2024, aveva raggiunto circa 115 milioni di euro netti. Nel 2025 è arrivata l’acquisizione da parte di NUO, società d’investimento sostenuta da capitali internazionali, con l’obiettivo di rafforzare finanziariamente il gruppo e rilanciare proprio il prodotto che ne aveva costruito la fama.

E qui arriva il paradosso: dopo aver cercato per anni di diventare qualcosa di diverso, Bialetti punta nuovamente sulla moka e sul caffè, con una strategia più focalizzata, una maggiore ambizione internazionale e una gestione industriale e commerciale che vuole trasformare un simbolo italiano in un business globale.

Non è esattamente una sconfitta del Made in Italy, come qualcuno potrebbe essere tentato di raccontarla, ma nemmeno una vicenda da celebrare senza qualche domanda.

Il capitale straniero non cancella necessariamente l’identità italiana. Ma il capitale, da solo, non basta.

Siamo abituati a leggere l’ingresso di investitori stranieri nelle nostre aziende come una sorta di partita tra vincitori e vinti, nella quale l’Italia perde un altro gioiello di famiglia e qualcun altro se lo porta a casa. Talvolta le preoccupazioni sono giustificate, soprattutto quando vengono meno competenze, occupazione e capacità produttiva sul territorio, ma altre volte il capitale internazionale rappresenta proprio ciò che permette a un’impresa italiana di continuare a crescere, anziché restare prigioniera dei propri limiti.

Il confronto con aziende come Ferrero, Barilla o Mapei, che hanno saputo coniugare controllo familiare e sviluppo internazionale, dimostra peraltro che non esiste un destino inevitabile per le imprese italiane, così come il caso della tedesca Miele ricorda che si può rimanere un’impresa familiare per generazioni senza rinunciare a dimensioni globali.

La differenza non sta necessariamente nel passaporto degli azionisti, ma nella governance, nella capacità di delegare, nella disponibilità a investire e, soprattutto, nel riconoscere che inventare un prodotto straordinario non attribuisce automaticamente il talento necessario per amministrare un’organizzazione complessa.

E questo, forse, è uno degli argomenti sui quali il capitalismo italiano dovrebbe interrogarsi più seriamente, senza rinnegare quella cultura imprenditoriale diffusa che ha reso possibile il suo successo.

Perché il nostro Paese non ha bisogno di smettere di essere il Paese delle piccole imprese, né di trasformare ogni laboratorio, officina o azienda familiare in una multinazionale. Ha però bisogno di creare le condizioni affinché quelle imprese che hanno l’ambizione, le capacità e il mercato per crescere possano farlo, senza che il passaggio generazionale, la mancanza di capitali o la difficoltà di affidarsi a manager esterni diventino ostacoli insormontabili.

E magari dovrebbe anche imparare a distinguere tra la proprietà di un’azienda e il valore industriale, culturale e territoriale che quell’azienda continua a generare.

Nel frattempo, la moka resta lì, nelle nostre cucine e in quelle di milioni di persone nel mondo, a ricordarci che gli italiani sanno inventare oggetti capaci di attraversare le generazioni e diventare parte della vita quotidiana di interi Paesi.

Sarebbe bello riuscire, sempre più spesso, a costruire imprese altrettanto longeve, solide e internazionali.

Perché il Made in Italy non dovrebbe limitarsi a conquistare il mondo con i propri prodotti: dovrebbe anche riuscire a partecipare, da protagonista, al business che quei prodotti generano.

E adesso possiamo anche tornare a discutere di quale sia il modo migliore di preparare il caffè. Almeno su quello, probabilmente, non troveremo mai un accordo.


Lettura consigliata: Silvia Sciorilli Borrelli, The espresso pot test of Italian capitalism, Financial Times, ottobre 2026.

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